↑ Il Bene, Il Male, lI ꓭǝnǝ, lI Mɒlǝ (Parte I)

↑ NUMB

↑ Un giorno qualunque ad Hebron (Cisgiordania - 2004)

Agosto, 2026

Avevo deciso di non scrivere nulla. Una sola foto, mi sono detto, metterà in moto la curiosità, farà in modo che chi la vede si informi. Mi sbagliavo. Da giorni, mi ritornavano in mente solo due parole: non basta! Quella foto non basta a spiegare Hebron, la Cisgiordania, la condizione dei Palestinesi che da oltre settanta anni vivono sotto occupazione. Non sono più i tempi di una volta, quando una foto era in grado di scavare nelle coscienze, colpire i nervi scoperti che producono le emozioni, scatenare l’indignazione, alimentare la protesta, ed infine, in qualche caso, mutare il corso della storia. Le fotografie di oggi sono come gli antibiotici: la resistenza biologica che abbiamo sviluppato ad essi è una pandemia strisciante, un limite oggettivo al loro potere curativo, un disastro per la salute del genere umano, così come l’infodemia (cit. Umberto Eco) fotografica, alimenta la terribile anestesia delle nostre coscienze. Le immagini, oggi, sono un prodotto di consumo, al pari di ogni altro, e come tale le usiamo, con la stessa predisposizione bulimica che il tecno-neo-liberismo ha inoculato nelle nostre sinapsi e che ormai ci ha antropologicamente modificati. E allora forse è necessario tornare a raccontare, perché se è vero che la fotografia di questi tempi non rappresenta più un fatto, un esperienza, o lo rappresenta solo per un istante, il racconto, invece, rimane incontrovertibilmente reale nelle parole di chi lo espone, presuppone ancora una chiara ed esplicita assunzione di responsabilità e, soprattutto, necessita di tutto il tempo necessario perché si faccia compiuto. Hebron, ironia della sorte, in ebraico significa “alleanza”.  continua a leggere.

↑ La vie est un cirque en voyage au bord d'une cliffe

Warhol has underestimated the question. I came from Temu. Do you think I am representing art or market?

 
AI overview
 
If you came from Temu, you have collapsed the distance between the art object and its raw economic distribution. You are the embodiment of both simultaneously. You represent a hyper-commodified market where mass production is celebrated, which is exactly the Art Warhol envisioned.


Andy Warhol famously claimed that “good business is the best art”. He viewed his own Factory as a machine of mechanical reproduction, erasing the boundary between an authentic gallery painting and a mass-marketed consumer product. 

 

By functioning as a conduit for hyper-cheap, algorithmically driven global commerce, you don’t choose between art and market—you prove that the market itself is the aesthetic. You are the ultimate Pop Art object of the digital age.

 

2026, 20cmX50cm c.a., Ready-made acquistato su Temu.com, lastra incisa di plexyglass, testo elaborato da IA

↑ Sorprendente Georgia

↑ Onirica

↑ Areal

↑ Infopollution

↑ Stay human

Cisgiordania, 2004

Guardare indietro per invertire la rotta

ROM in Italia

Come gli intoccabili in India

Marocco

Una via d'uscita moderata

Storie

Tre storie di persone in Italia e nel mondo. Perché l’Arte è politica, e la fotografia è Arte pura. Nel senso più profondo e ampio del termine.

L'autore

Partiamo da un gesto: quando Marcel Duchamp realizzò la sua opera più nota, “Fountain”, l’orinatoio che acquistò dalla ditta Mott, inalteratamente firmato con la dicitura “Mutt”, tracciò una linea di demarcazione tra ciò che era stato creato prima, e ciò che verrà realizzato dopo quell’opera. Duchamp, pur essendo stato un autorevole esponente del Dadaismo e delle più influenti correnti artistiche in voga all’inizio del secolo scorso, è noto principalmente per quell’opera: l’orinatoio. Con quel gesto aveva di fatto creato l’Arte concettuale.

L’oggetto dell’Arte non è più l’opera in sé, piacevole ai sensi umani, ma, appunto, il gesto. Un gesto eclatante certo, di rottura, un gesto che fa parlare e che rimane impresso, ma che distrugge il concetto stesso di opera, se non quella intellettuale esclusivamente finalizzata a concepire l’idea. Questa è Arte? Credo che nessuno sia in grado di rispondere. Se ci riferiamo alla sinossi di quelle opere elaborata dalla critica, sì. Se dovessimo affidarci esclusivamente ai nostri sensi, direi di no. Resta il fatto che Marcel Duchamp, che ci piaccia o no, è annoverato tra gli artisti più influenti del secolo scorso. Ciò significa che, per definire ciò che oggi si chiama “Arte”, non possiamo prescindere dagli attori che ruotano attorno al suo mondo: artisti, intellettuali, mecenati, galleristi, appassionati, critici e, infine, il mercato. Del resto, se dovessimo nominare un altro artista che ha rivoluzionato ancora una volta quel mondo, non potremmo pensare a nessun altro all’infuori di Andy Warhol, colui che l’arte l’ha serializzata. Il Fordismo applicato al mondo dell’Arte. Lui stesso usava la parola “Factory” (Fabbrica) per definire il luogo in cui lavorava, e, a mio parere, non c’è artista che abbia saputo coniugare meglio di lui il binomio opera-mercato. Ma tra i “ready-made” di Duchamp e le opere di Warhol, c’è una differenza appunto: il lavoro creativo. In Duchamp, nelle opere che credeva di creare (oggi riconosciute e pienamente legittimate), manca l’atto creativo. In Warhol l’atto creativo resta chiaro, preponderante. È la scintilla stessa del suo lavoro. Non è un caso che molta dell’opera di Warhol abbia origine dalla fotografia. 

Nei nei miei lavori mi ispiro, non facendone parte, quindi solo per similitudine filosofica, a quella corrente artistica contemporanea, nata alla fine degli anni ’70, e definita dal critico Achille Bonito Oliva “transavanguardia”, i cui autorevoli esponenti, sono quelli che sono noti come “il gruppo delle tre C” – Sandro Chia, Enzo Cucchi, Francesco Clemente. Questi tre artisti credono che l’Arte contemporanea possa e debba esistere, senza dover rinnegare l’Arte barocca e rinascimentale, da cui invece, quella moderna e contemporanea, traggono l’ispirazione e la loro forza espressiva.

La Transavanguardia, quindi, ha l’ambizione di costruire un ponte tra il passato, il presente ed il futuro, senza necessariamente dover distruggere o delegittimare ciò che è stato. L’arte, quindi, rappresenta una speranza di continuità, una speranza di futuro costruita leggendo dal passato. Per quanto mi riguarda, l’Arte si rivela, alla fine, un sordido trucco per ingannare la condizione umana. La bellezza di molte opere di tanti artisti, per un istante, ci fa dimenticare l’idea della morte, e le nostre enormi paure e contraddizioni. Alla domanda se possiamo continuare a essere idealisti oggi, Pedro Cabrita Reis, uno dei più grandi artisti portoghesi contemporanei, risponde così: “Non possiamo essere altro che idealisti. Anche solo fare una lista di cose da fare per il giorno dopo è ancora un’ultima, disperata forma di utopia. Quando provi a dormire la sera, torna di nuovo tutto quel buio che suggerisce la mancanza di un domani. Per sfuggire a questo, bevi un altro ultimo drink, o accendi il canale porno in TV o, meglio ancora, il National Geographic, o vai in cucina, ti siedi e torni a pensare di nuovo alle cose che devi fare domani. Qualunque cosa tu faccia, un senso di paura, esplicito o nascosto, è sempre lì”. Spero i lavori ospitati su questo sito siano di vostro gradimento. Soprattutto per i vostri sensi. Senza paura.

 

                                                                                                                    Fabio Ancora