Vannacci e il futurismo di Futuro Nazionale. Meloni che fa?

Roma, 8 giugno 2026

Il generale Vannacci avanza nei sondaggi e rompe (o romperà a brevissimo) l’ambiguo equilibrismo della premier, che oggi più che mai, dopo la batosta del referendum, e lo scaricamento plateale operato da Donald Trump dopo le critiche alle sue parole su Prevost, cerca una possibile collocazione del suo partito, anche in vista delle prossime elezioni. Con i suoi ultimi post sui social, la transumanza di parlamentari che ogni giorno passano dai tre partiti di governo nelle fila di Futuro Nazionale, e i risultati degli ultimi sondaggi, Vannacci insidia pericolosamente a destra le sorti della coalizione, e lo fa, al contrario della premier, rivendicando apertamente la primazia di partito fascista e xenofobo e utilizzando un riferimento culturale, ancora una volta quello del futurismo, che non lascia dubbi sulla natura del suo pensiero. Il fascismo è tornato signore e signori! Quello vero, quello che difende l’italica razza, e la comunità di sangue e di destino del nostro popolo di santi, di poeti e di navigatori, ma anche, per chi non lo sapesse ancora, o lo abbia dimenticato, di corrotti, di corruttori, di dittatori e di criminali di guerra; quello della re-mi-gra-zio-ne, neologismo eufemistico che descrive una dichiarazione d’intenti candidamente rivendicata dalle truppe cammellate del generale, e per la verità anche dalle sturmtruppen della Germania del quarto reitch, ovvero dal partito politico, l’AFD,  che qualcuno mi dice avere il venti percento delle preferenze alle recenti elezioni in alcuni dei lander più orientali di quel paese e che indica chiaramente la volontà di deportare i migranti, ma solo quelli che rimangono in vita dopo la raccolta stagionale delle ciliegie e dei pomodori che addobbano le nostre italiche tavole nel periodo estivo, e che lo fanno per due euro l’ora, e anche quelli che si salvano dopo che qualche caporale pugliese o calabrese ha ordinato di dare loro una lezione, magari dando fuoco alla loro auto ad un distributore di benzina e facendo bloccare le portiere in maniera tale che non possano uscire. Forse bisognerebbe suggerire al generale che esistono metodi più sbrigativi. Potrebbe chiedere ai suoi amici dell’AFD che immagino siano molto competenti sull’uso dello Zyklon B, un metodo, assicurano, economico, indolore e rapido per “ottimizzare i costi” sui trasporti che dovrebbero “remigrare” i poveretti, contenendo le spese. Anzi, forze potrebbero suggerire allo stesso Netanyahu l’uso dello stesso metodo per risolvere “finalmente” la questione palestinese, e magari anche quella libanese e quella iraniana, dato che, al contrario della prima ondata, questa seconda ondata epidemica, ha operato un vero cambio di paradigma, e cioè ha trasformato le vittime di ieri negli scellerati carnefici criminali di oggi. (sino a questo momento). I fautori del cambiamento hanno addirittura fondato un club, quello dei sovranisti, e dicono di avere tutti gli stessi gloriosi e fascistissimi obiettivi (sic!). Non si capisce, questi sovranisti, come facciano ad andare d’accordo, visto che ognuno di essi rivendica le proprie azioni per la patria, a discapito delle patrie degli altri. Cosa farà alla fine madama Giorgia? Non scommetto mai, preferisco aspettare gli eventi e farmi un idea, ma questa volta azzardo una previsione: dopo gli inevitabili dolori, la giovane Giorgia, si alleerà con il generale. Buon sangue non mente!

La Biennale di Venezia come simbolo del fallimento del progetto politico e culturale del Governo.

Il Canal Grande – Canaletto, 1730

Roma, 17 maggio 2026

La disputa tra Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Fondazione Biennale di Venezia, ed il governo presieduto da Giorgia Meloni attraverso il suo ultimo Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, è molto di più di una semplice divergenza di opinioni su fatti che hanno (e avranno) chiare conseguenze politiche, in casa nostra, così come a livello internazionale. E’ il simbolo evidente del fallimento politico del progetto di Giorgia Meloni, di riformare la cultura di questo paese, con l’obiettivo, dichiarato, di rompere quella che viene definita “l’egemonia culturale della sinistra”, con la sostituzione del carattere elitario della medesima, con un modello culturale che nelle idee di Meloni avrebbe dovuto essere esclusivamente di carattere popolare. La finalità di questo progetto sarebbe stata duplice: da una parte, rendere l’idea di cultura che la Meloni e i suoi accoliti hanno in testa, cioè quello di una cultura popolare, costruita sulle tradizioni e sulla “semplicità” del messaggio (artistico?), più che sul reale valore dell’opera, del contesto in cui è stata concepita, della profondità del suo messaggio, della “delicatezza” e della genialità dell’opera stessa. L’arte di Meloni deve essere semplice, grezza, immediata, concreta, simbolica ed efficace esclusivamente a fini propagandistici. E’ un idea di cultura che non necessita di cultura. E perciò deve essere fruibile da un più vasto pubblico, il più vasto possibile. In secondo luogo, veicolare attraverso di essa i contenuti ideologici (e a tratti eversivi) della sua azione politica, in modo da rendere più digeribile, concetti (dio, patria e famiglia) che a molta dell’opinione pubblica di questo paese, che pure l’ha votata, non interessano affatto, o addirittura sembrano anacronistici. Formalizzare, insomma, attraverso il decadimento della cultura verso il basso, quella relazione circolare “regime-cultura-regime” tanto ambita dalle moderne (sic!) destre di governo, in modo da coagulare attorno ad essa un consenso spendibile dal punto di vista elettorale. I recenti fatti dimostrano invece che la cultura, per sua stessa definizione, non può e non deve muoversi verso il basso. Nel momento in cui lo fa, infatti, o non è più cultura o diventa farsa e si presta alla propaganda. Comunque la si pensi, Pietrangelo Buttafuoco, a prescindere dal giudizio sulle sue posizioni in riferimento al caso preso in esame, è il solo vero intellettuale in questa vicenda, e perciò non è mosso da calcoli o ambizioni politiche, calcoli e ambizioni invece, che interessano, e molto, gli altri stackeholders. Se una egemonia culturale deve esistere, deve essere quella che spinge il pubblico a muoversi in direzione della cultura e non il contrario. Le persone devono avere l’opportunità di migliorare a livello individuale, e di poterlo fare anche attraverso la cultura. E’ solo con individui maturi e colti che la società migliora sensibilmente nel suo complesso. La cultura, quindi, come strumento di bellezza, di conoscenza e di miglioramento; libera, autonoma e priva di lacci e lacciuoli, non strumentale alla politica. Se avessi voluto essere cinico, avrei potuto infierire sul livello culturale di molti dei membri di questo esecutivo. Non lo faccio, è un esercizio inutile e non giova alla discussione. Per citare Francesco Guccini, comunque, “Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità”. La fiamma continua ad affievolirsi. Quasi si spegne.

La pericolosa tentazione di cedere all’odio.

Roma, 20 Settembre, 2025

Se dovessimo analizzare i fatti a Gaza e in Cisgiordania non considerando gli aspetti umani ed etici, basandoci cinicamente solo ed esclusivamente sulla tragica contabilità delle vittime e sui risultati raggiunti dai due contendenti, mi sembra evidente che il vincitore sul campo, almeno fino a questo momento, è Hamas. La atroce macelleria umana messa in atto dalle Brigate Ezzedin al-Qassam il sette ottobre 2023 con un preciso obiettivo formulato su un cinico calcolo politico giocato sulla pelle e sul sangue del popolo Palestinese, del resto pienamente raggiunto, che ha scatenato la tremenda vendetta di Israele, ha avuto la conseguenza di accendere nuovamente, a livello globale, i riflettori sulla questione Palestinese. Questione che negli ultimi vent’anni è stata sopita sia per disinteresse delle opinioni pubbliche occidentali, sia per il fiume di danaro giunto alle monarchie degli stati del Golfo, con l’obiettivo di “mitigare” il malcontento delle opinioni pubbliche arabe, causato dalla politica sionista ed espansionista di Israele attuata negli ultimi trent’anni, e mai cessata. Altro fatto rilevante, è che la reazione sconsiderata di Israele e le azioni a cui assistiamo impotenti, hanno avuto l’effetto di rinfocolare, in tutto il mondo, almeno nelle fasce più estremiste e meno disposte ad analizzare razionalmente i fatti, l’odio secolare verso gli Ebrei, facendoci dimenticare che se invece vogliamo tentare di dare un contributo positivo affinché la questione si incammini verso una soluzione di compromesso, malgrado B. Netanyahu e i membri del suo governo facciano ogni giorno di tutto per ricordarci la radice teocratica ed “Ebraica” delle loro inenarrabili ma evidenti azioni criminali, dobbiamo sempre parlare di Israeliani mai di Ebrei. I processi, richiesti dal Tribunale Penale Internazionale, a carico dei presunti Criminali di Guerra fautori di questo genocidio, quando si faranno, dovranno essere istruiti tenendo nettamente a margine la questione della religione Ebraica degli imputati, e considerando esclusivamente la cittadinanza degli stessi da un punto di vista squisitamente laico con un focus strettissimo ed esclusivo sui crimini commessi. Questo impone la nostra coscienza ed il malandato (ma fortunatamente ancora vigente) Diritto Internazionale e questo suggerisce anche il nostro il nostro raziocinio. Chi mi conosce sa bene che non nutro e non ho mai nutrito nessuna simpatia nei confronti di Hamas, ma oggi, viste le azioni sconsiderate dell’Esercito Israeliano, che è un esercito di uno stato che si definisce democratico, e che combatte ormai da mesi solo ed esclusivamente contro civili disarmati con l’intento dichiarato di annientare quel Popolo, considerando la sproporzione tra le vittime, gli effetti dei bombardamenti sugli ospedali e sui pochi luoghi di aggregazione rimasti, e a seguito delle politiche palesemente genocidiarie condotte verso i Palestinesi, mi sento autorizzato ad affermare che Hamas non solo è il vincitore sul campo, ma, triste a dirsi, è anche il vincitore morale di questa guerra. E’ una affermazione cruda, e che può anche essere considerata solo uno sterile artificio retorico, ma che rende l’idea della sproporzionata disumanità delle azioni di Israele. Se il governo Israeliano avesse realmente a cuore le sorti del proprio paese, quindi degli Ebrei in Israele, e di quelli della diaspora, avrebbe già considerato la questione da tempo, invertendo repentinamente la rotta e mettendo fine alle atrocità verso i Palestinesi. Evidentemente non vuole farlo. Triste rilevare che mentre ci sforziamo di razionalizzare, per non cadere anche noi nella tentazione di cedere all’odio, noi che simili azioni pensavamo essere definitivamente relegate alla storia della prima metà del secolo scorso e non più ripetibili, bambini, donne, e uomini Palestinesi continuano a morire in quell’enorme girone infernale che è ora Gaza, in questa tragedia iniziata, lo ricordo, non il 7 ottobre 2023, ma il 29 novembre 1947. E gridano giustizia.

I mandanti morali del genocidio dei Palestinesi.

La Colomba della pace – Pablo Picasso – 1949

Roma, 17 Settembre, 2025

Quello che in queste ore si sta compiendo a Gaza (e in Cisgiordania), e che sommessamente e tardivamente l’ONU ha definito “un genocidio”, ha un chiaro esecutore, facilmente identificabile in B. Netanyahu e nei membri del suo governo, formato principalmente da criminali, estremisti di destra, che in uno stato che ama definirsi “democratico” sarebbero stati da tempo assicurati alla giustizia, e invece siedono ora a pieno titolo nel parlamento di quel Paese, ma ha anche molti ed evidenti mandanti morali, di cui, se vogliamo fare chiarezza e riportare almeno un certo ordine di pensiero in questa che oramai e purtroppo è diventata una follia collettiva, occorre fare i nomi, e spiegarne le azioni (o le non azioni) nel tentativo, forse vano, di farci assumere le nostre pesanti responsabilità, e tentare di scongiurare una catastrofe ancora maggiore. Il primo mandante si chiama Donald Trump, senza l’assenso del quale B. Netanyahu non sarebbe in grado neanche di lasciare la sua abitazione a Tel Aviv. Sin qui, sembrerebbe, tutto torna. La riviera di Gaza, i grattacieli, le odalische, i Palestinesi (quelli rimasti) ridotti al più a servitori di ricchi e opulenti signori occidentali (sic!) o arabi. Nella sua aberrante distopia, tutto già scritto, visto, discusso e, purtroppo digerito dalle nostre ignoranti e frastornate opinioni pubbliche. Quello che invece non è stato detto, è che il secondo mandante, indossando come di consueto gli abiti (oramai bisunti) di paladina della democrazia e della libertà, è l’UE, che ha permesso, in nome del disaccordo, della convenienza politica (e di quella commerciale) senza colpo ferire ciò che sta avvenendo. Poche settimane fa, Friederich Merz, ultimo cancelliere tedesco, ha dichiarato senza mai smentire che “Netanyahu, in fondo, sta facendo il lavoro sporco”. Parole che si commentano da sole e che, se non sono una vera e propria dichiarazione di intenti, vanno lette come un “via libera” neanche tanto velato ai piani di deportazione e di sterminio dei Palestinesi descritti nei progetti di Trump, Netanyahu e soci. Che la palese debolezza politica e commerciale dell’Unione Europea, abbia giocato un ruolo nell’ esprimere il suo tacito assenso ai progetti di sterminio dei Palestinesi, in cambio di una più mite imposizione dei dazi commerciali da parte degli USA, e forse, di una assicurazione (abbastanza aleatoria) di D. Trump nel continuare a fornire in ambito NATO uno scudo all’UE in caso di attacco della Russia? E’ un ipotesi e tale resta. Il fatto è che ipotesi o no, i bambini, le donne e gli uomini Palestinesi continuano a morire e quelli già uccisi da B. Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania, gridano giustizia a chi ha ancora un briciolo di pietà umana. Che ci piaccia o no, noi Europei, non facendo nulla, siamo corresponsabili di questo aberrante e disumano massacro. Il terzo mandante sono i paesi Arabi. Sin qui, fatta eccezione per qualche isolato sporadico episodio, anch’esso sconsiderato e velleitario, non c’è stata nessuna azione pianificata efficace, che abbia saputo perlomeno mitigare gli effetti di quello che vediamo. In quest’ultimo caso, ho la sensazione che, anche se tardivamente, la situazione stia cambiando. Il quadro è desolante. La situazione in rapida e drammatica evoluzione e potrebbe coinvolgerci direttamente. I soli che abbiano in mano il proprio destino, quello dei propri figli, e dei propri nipoti, siamo noi stessi. Le cose possono ancora cambiare. A patto di fare pressione perché cambino. La maggior parte di noi è immerso in un sonno profondo. Quello della ragione. Svegliamoci, prima che sia troppo tardi.

La verità fa ancora paura.

(foto) www.Euronews.com

Roma, 4 Settembre, 2025

Malgrado i moderni sobillatori dell’etica, i nuovi e spietati detentori del potere globale stiano provando da tempo ad imporre la loro sovversiva narrazione, i recenti fatti ci indicano chiaramente il terreno sul quale insistere per continuare a svegliare le nostre coscienze addormentate, per far si che ognuno di noi, guidato dalla propria bussola valoriale, partecipi attivamente affinché questo scempio finisca. La verità fa ancora paura! Quello che è avvenuto a Gaza lo scorso 25 agosto, quando un atto dell’esercito Israeliano che molti analisti hanno definito di stampo terroristico, ha ucciso oltre ad altri numerosi civili, cinque giornalisti di Al Jazeera, Reuters e Associated Press, dimostra senza ombra di dubbio che chi sta operando questo genocidio a danno dei Palestinesi, ha paura della testimonianza diretta di chi ancora, malgrado il pericolo, costante e onnipresente, opera la sua professione per testimoniare nient’altro che la verità.

Colpire i giornalisti ed i fotografi a Gaza è un atto che lungi dal dimostrare forza, rafforza la tesi di chi afferma che Israele è in realtà diventata un regime teocratico criminale, e che Gaza, in questo momento, non è altro che un enorme campo di concentramento, in cui i Palestinesi, anche e soprattutto quelli disarmati ed inermi, sono le vittime “subumane” che devono essere eliminate.

Da una prospettiva meramente ontologica, a mio modo di vedere, non esiste nessuna differenza tra ciò che B. Netanyahu sta mettendo in atto ed il disegno di sterminio operato lo scorso secolo a danno degli Ebrei da A. Hitler. In entrambi i casi il fine ultimo era il medesimo: sterminare un popolo. Quell’attentato dimostra invece debolezza e ci indica la strada da seguire per mettere fine a questa tragedia. Allora, se è vero che la verità fa ancora paura, è di verità che abbiamo disperato bisogno. La dobbiamo cercare in ogni fotografia, in ogni testimonianza diretta, in ogni sguardo che ci giunge da quelle terre, in ogni presunta e pretestuosa giustificazione fornita ogni volta dopo un massacro, o dopo un atto criminale operato dell’esercito di Israele a danno delle vittime, inermi, di questo gigantesco e disumano progetto di deportazione e di sterminio.

Guardie e ladri.

Il giovane irregolare salito a Tarvisio (a destra)



Salisburgo, 30 Luglio 2025

Ore 7,24. Il treno Night Jet proveniente da Roma Tiburtina e diretto a Monaco di Baviera è fermo da più di mezz’ora alla prima stazione immediatamente dopo Salisburgo AV. La fermata non è prevista. Si, perché la Polizia di Confine austriaca ha imparato. A Salisburgo gli irregolari si nascondono. Si aspettano i controlli e quindi elaborano contromisure. È come giocare a guardie e ladri, i ladri scappano, le guardie inseguono. Allora il treno si ferma anche un po’ più avanti, dove non te lo aspetti, e resta fermo lì fino a quando i ladri, tranquilli cadono nella rete. Nella poltrona accanto a alla mia, a destra, è accovacciato un giovane salito all’ultima stazione in Italia, Tarvisio, Tarvis per gli austriaci. Ha la pelle olivastra, gli occhi scuri, trent’anni più o meno e nelle ossa, già gli leggi la paura e la stanchezza di una vita che non gli ha ancora regalato niente. Potrebbe essere Siriano o Palestinese, forse Afgano, ma che importa. Si capisce subito che è una preda. Tre giovani poliziotti, due uomini e una donna, biondi e con le uniformi ordinate e con le pettorine con la scritta “Polizei” ed il numero identificativo in bella mostra mi si avvicinano. La giovane mi chiede il passaporto. Prima che glielo consegni incalza: “English?”. No. Italian, rispondo io e le consegno il passaporto. Lo apre, due secondi, mi sorride e me lo restituisce. “Thank you”. Thank you. Il poliziotto più alto si gira verso la preda e la preda mormora qualcosa in un inglese stentato. Mostra il biglietto che ha regolarmente pagato. “No passport?” chiede ad alta voce il poliziotto. Con la mano portata immediatamente sulla fondina della pistola fa cenno alla preda di raccogliere le sue poche cose e di seguirli. Il gruppetto scende, la preda al centro. Li vedo dal finestrino avanzare verso di me. Il treno, lentamente, riparte. I sogni della preda muoiono, e l’Europa, che negli idealisti di Ventotene che l’hanno saputa pensare, sarebbe dovuta essere costruita intorno ai diritti dell’uomo, e quindi anche intorno al diritto di asilo, muore, ugualmente, insieme a loro. Ogni giorno di più, ormai da un po’ di anni.

Anatomia di una triste metafora.

El tres the Mayo – Francisco Goya – 1814

Roma, 26 aprile 2025

Mi sono chiesto i motivi che negli ultimi vent’anni hanno accelerato anche nel nostro paese il processo di disgregazione della società, e che ultimamente portano alla cronaca eventi violenti che qualche tempo fa nessuno avrebbe immaginato potessero verificarsi da noi, generalmente considerati al riparo da questi fenomeni. Certamente incidono molteplici fattori che non possono essere analizzati e liquidati in poche righe, ma già nel 2003, in un breve saggio sull’identità, Zygmund Bauman, il sociologo polacco che ha teorizzato la “società liquida”, indicava come responsabile di questo cambiamento, prima l’avanzamento tecnologico, poi il capitalismo che si realizza e si auto-perpetra modificando profondamente la natura degli esseri umani in consumatori, pertanto azzerando qualsiasi altra connotazione sociale preesistente, e destinando intrinsecamente le nostre esistenze solo ed esclusivamente alla soddisfazione immediata dei nostri desideri, qualsiasi essi siano. L’estrema conseguenza di questo processo, quindi, è quella di eliminare qualsiasi forma di etica. E’ in questo contesto sociale che la maggior parte dei nuovi media tecnologici si sono evoluti e continuano a prosperare regalando agli utenti la sensazione di una totale (falsa) libertà, oggi invocata persino dai maggiori players politici mondiali (il diritto al free speech), e che in realtà si traduce molto spesso nell’attacco senza regole e senza esclusioni di colpi verso chi ha il solo torto di dissentire. A parte la descrizione fenomenologica caratterizzante il concetto alla base del fascismo, in qualche caso questi comportamenti hanno già causato suicidi (quindi vittime). In ogni caso continuano a provocare risentimento e generano odio. Se però analizziamo nel profondo i principi di funzionamento della maggior parte dei “social network” scopriamo qualcosa in più: ci propongono solo e pedissequamente i contenuti che noi stessi selezioniamo attraverso sofisticati algoritmi, e operano intrinsecamente una sorta di subdola propaganda, aggregano automaticamente le persone che hanno idee simili, e le portano spesso a scagliarsi anche in maniera violenta in presenza di commenti non graditi. Questa continua lotta (che per ora avviene solo attraverso gli schermi di computer, tablet e smartphone) impegna ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo, e continua a frammentare la società in fazioni. Aumenta anche, e di molto, il potenziale violento di ognuno di noi, potenziale che in molti casi rimane inespresso, ma che già esiste e condiziona le nostre esistenze. Ora proviamo a immaginare cos’altro assomiglia fisiognomicamente a quanto sopra descritto: per tentare di fissare questo fenomeno ho usato qualche parola chiave: “Propaganda”, “Fazioni”, “Odio”, “Violenza”, “Vittime”. Sono le stesse parole che descrivono una scenario di guerra, una guerra strisciante (neanche poi tanto) e che si combatte a suon di caratteri e proiezioni digitali del nostro più brutale pensiero senza alcuna mediazione, attraverso le linee dati delle nostre città, dei nostri paesi e dei continenti di questo pianeta. Immagini, meme, video, false notizie, oggetti digitali concepiti dall’IA, contribuiscono ad alimentare ed amplificare strumentalmente qualsiasi idiozia sia veicolata sulla rete globale, aumentando l’esasperazione generale, ed il tasso di violenza e di prostrazione, specialmente nelle persone più fragili, quindi nei giovanissimi. Ho esagerato? Giudicatelo voi, ma nel farlo, per favore, risparmiatemi le offese.

Gli “svantaggiati” nel neofeudalesimo politico e culturale.

Giuseppe Pellizza da Volpedo – Il quarto stato – 1901

Roma, 27 marzo 2025

Nel famoso dipinto “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato alla fine dell’800, l’autore utilizza gli ideali socialisti per significare la condizione miserabile della maggior parte dei braccianti e degli operai dell’epoca e per sottolineare la necessità di lottare per raggiungere la tutela dei diritti minimi e dell’uguaglianza. Il nome dell’opera “Il quarto stato” indica di per se già una condizione svantaggiata. Se per i rivoluzionari francesi il terzo stato era costituito prevalentemente da “Borghesi” e “Contadini” il quarto è costituito da operai e contadini, coloro quindi, che non sono mai rappresentati. Una moltitudine di invisibili che silenziosamente e faticosamente arricchisce gli altri con il proprio lavoro. Se lo stato di diritto, nato dalle macerie umane e plastiche lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, ha tentato, invano a volte, di dare voce agli invisibili e di regolare i rapporti tra gli individui e tra gli Stati nazionali in maniera da appianare i contrasti e tutelare gli appartenenti alla comunità globale sulla base di regole condivise e uguali per tutti, sembrerebbe che in tempi recenti questo paradigma non abbia più il successo che ha avuto sin ora, e una nuova classe dirigente, spregiudicata, senza alcun freno inibitorio, addirittura eversiva, ha agguantato il potere con l’intenzione di instaurare una nuova realtà in cui il diritto è sostituito dal potere esecutivo (che deve rimanere il solo potere legittimato a prendere decisioni, qualunque esse siano), la verità è sostituita dalla menzogna e l’umana solidarietà è sostituita dalla spietatezza e dall’arroganza. In questo panorama, la potenza di fuoco di questa nuova classe dirigente è tale che, se fino ad ora, i fatti reali condizionavano le decisioni politiche, adesso è addirittura la narrazione operata da questi nuovi attori che crea la realtà dal nulla. Non è più importante confutare la veridicità delle proprie affermazioni. L’importante è affermare, senza alcun vincolo morale, legislativo, etico o semplicemente di buon senso. Qualsiasi affermazione, per paradossale, provocatoria, reazionaria o inconsistente che sia, verrà trattata, processata, amplificata e moltiplicata senza soluzione di continuità dai nuovi strumenti tecnologici (si noti che anch’essi come la nuova classe dirigente pretendono e ottengono di non avere regole) ad uso e consumo dei nuovi feudatari sino a diventare oggetto di discussione e di conseguenza realtà tangibile. Il moderno quarto stato, allora si identifica nei molti che non hanno, e nei moltissimi che forse hanno, ma che non sanno. L’ analfabetismo funzionale, diffusissimo, oltre all’aumento della povertà dove prima c’era una certa prosperità, sono il terreno di coltura che alimenta questi fenomeni. I moderni “laboratores” oggi non hanno la consapevolezza di essere alla base della piramide sociale, o forse l’hanno, ma continuano a vedere nei comportamenti e nei modi operati dai nuovi feudatari, e nell’ostentazione della loro ricchezza, un’aspirazione negata e quindi un modello da perseguire, la realizzazione di ciò che non sono, e che non saranno mai, ma che in fondo vorrebbero essere. A differenza dei braccianti dipinti da Pellizza da Volpedo, che avevano piena consapevolezza della contrapposizione sociale in atto, molti dei moderni svantaggiati non hanno contezza di chi sono i loro veri antagonisti. Un corto circuito antropologico in cui una sorta di “autolesionismo sociale” realizza il paradosso per cui gli svantaggiati adorano e promuovono coloro che hanno provocato (e continuano a peggiorare) la loro condizione.

Giorgia Meloni, Musk e il futurismo.

Ovvero il potere della propaganda e quello che “Il Presidente” non dice…

Giovanni Dottori, Volto del Duce, 1933

Roma, 26 Febbraio 2025

Il tre dicembre dello scorso anno si è inaugurata alla Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la mostra sul Futurismo, fortemente voluta dall’allora Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e, più in generale, dagli esponenti dell’attuale governo.
Per quanti non siano avvezzi ai movimenti culturali, il Futurismo è stato uno dei principali movimenti artistici (prevalentemente pittorici, ma non solo), e letterari del ‘900, fondato nel 1909 da Filippo Tommaso Marinetti con la pubblicazione del “Manifesto” una chiara dichiarazione d’intenti che fissava gli obiettivi del movimento intorno all’esaltazione del progresso tecnologico, della velocità, della rivoluzione operata sulla cancellazione di tutto ciò che è vecchio e obsoleto, sulla superiorità dell’uomo rispetto alla donna, ed infine sull’esaltazione della guerra, denominata dal Marinetti “l’unica igiene del mondo”. Nulla da dire sull’importanza artistica e culturale del movimento, e dei suoi importanti esponenti (Balla, Boccioni, Sironi, Prampolini, lo stesso Marinetti e molti altri artisti, scrittori e intellettuali), se inquadrato nel secolo e nel momento storico in cui il movimento è stato concepito e vissuto.
Il dubbio viene, visitando la mostra, perché nonostante le molte opere importanti da godere, si sono aggiunti elementi discutibili, e se ne sono omessi altri, altrettanto discutibili, ma importanti.
Intanto, essendo un assiduo frequentatore della Galleria, non ho potuto non notare che per la prima volta il visitatore è stato costretto a rispettare un percorso obbligato.
Ritengo poi inappropriata la scelta di esporre alcune automobili dell’epoca (per esaltare forse la velocità suggerita dalle forme?), e altri oggetti di dubbia importanza artistica.
Per quanto riguarda le omissioni, sono inaccettabili quelle operate per censurare l’esaltazione della guerra, ed il pensiero, fortemente e dichiaratamente maschilista, della filosofia marinettiana.
Vi starete chiedendo. Ma dov’è il problema? A parte le critiche sulla scelta degli esperti che hanno allestito la mostra (sembrerebbe infatti che Sangiuliano si sia dotato di suoi personali esperti e che invece abbia tenuto fuori quelli unanimemente riconosciuti dalle comunità artistica e scientifica planetaria), il vero nocciolo della questione è che molti (non tutti) degli esponenti del futurismo hanno progressivamente aderito al fascismo di Benito Mussolini e hanno contribuito alla crescita ed al mantenimento di quel regime.
Ora, il presente governo del paese, formato anche dagli esponenti del partito di maggioranza che affonda le sue radici e la sua matrice culturale nell’ideologia del vecchio ed estinto Movimento Sociale Italiano, cioè il partito originariamente fondato dai reduci della Repubblica di Salò, dichiaratamente fascisti e post fascisti, allora e sempre l’unico partito rimasto fuori dall’arco costituzionale, apre la stura a varie possibilità, ma non elimina del tutto il sospetto che le modalità di gestione della mostra ospitata a viale delle Belle Arti, siano in realtà finalizzate, alla realizzazione di una gigantesca operazione di propaganda politica ed al tentativo di veicolare una narrazione alternativa, non verbalizzata chiaramente dagli organizzatori, che rimarchi, attraverso alcuni parallelismi tra ciò che dal futurismo era esaltato allora, e gli attuali, importanti, progressi tecnologici in corso oggi l’idea, questa sì tutta politica, che il fascismo, in fondo, possa essere oggi considerato una normale fase storica e politica. Quindi, per sintesi deduttiva, il tentativo di eliminare, attraverso il successo del Futurismo, quella connotazione fortemente negativa profondamente radicata nella coscienza democratica e antifascista della maggior parte di noi italiani.
Se poi analizziamo la politica estera attuata dal “Presidente” del Consiglio, il primo elemento che balza agli occhi è l’utilizzo di un doppio binario, che differenzia ciò che “il”? “la”? premier predica in Europa e ciò che invece va predicando dall’altra parte dell’Atlantico.
Mentre si inaugurava la mostra sul Futurismo a Roma, Meloni si faceva premiare per il Global Citizens Award da Elon Musk. E’ un caso? Non credo. Che cosa rappresenta per G. Meloni Elon Musk (enormi e pericolose opportunità di business a parte) se non il prodotto e la piena realizzazione del pensiero promulgato dagli ideali futuristi amplificati, traslati e pienamente applicati ai giorni nostri?
Cosa manca ad Elon Musk per essere il simbolo ed il mezzo attraverso il quale i più reconditi e inconfessabili pensieri del “Presidente” vengano veicolati a milioni di persone? A mio modo di vedere, proprio nulla. E lo dimostrano le azioni operate da Musk dopo l’insediamento di Donald Trump alla casa bianca.
Il velo è stato tolto, e se prima avevamo qualche dubbio, credo che ora non possiamo più averne. Il punto è che nell’ultimo mese le azioni di Trump e del suo DOGE, sono andate ben oltre le più rosee previsioni del “Presidente”, tanto oltre, fino quasi a spiazzarlo. Cosa deciderà di fare? Certo è che alla fine dovrà scegliere da che parte stare. Speriamo che scelga di stare con l’Europa.

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