Hebron

#Reportage – Cisgiordania

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E’ uno degli insediamenti più antichi che il genere umano ricordi a memoria d’uomo, ora patrimonio mondiale dell’Umanità. Di quale umanità l’UNESCO parli non si capisce, perché Hebron è una piccola Gerusalemme, anzi una piccola Israele e una piccola Cisgiordania, tutte racchiuse in un lembo di terra abitato da duecentocinquantamila anime, tenute in ostaggio da sette ottocento coloni Israeliani che hanno occupato illegalmente il centro storico. Ha il torto di essere stata la città dove Abramo soleva piantare la sua tenda accanto ad una grande quercia, tutt’ora esistente, e che si dice abbia più di cinquemila anni. Pertanto, è città sacra e contesa da sempre dagli esponenti delle due religioni. Sono arrivato in questo posto, di cui all’epoca ignoravo persino l’esistenza, la mattina del 31 dicembre del 2003, con un gruppo di fotografi poco più che trentenni della scuola di fotografia “Graffiti” di Roma, diretta oggi come allora dall’ora mio amico e fotografo Gianni Pinnizzotto. Un gruppetto di una quindicina di persone armate solamente di macchine fotografiche e di un insaziabile fame di conoscenza. Sul viale principale della città, deserto, ci avvicina una figura alta, quasi dondolante, con la barba, che in inglese con perfetto accento americano domanda pressapoco: “What are you doing in here?” gli rispondo che siamo allievi di una scuola di fotografia italiana. Ribatte divertito e perplesso  “You must be crazy” e si allontana dondolando. I negozi che una volta erano degli Arabi sono stati espropriati dagli Israeliani e a testimonianza di ciò, sulle saracinesche di molti di essi, sono state spruzzate a vernice delle enormi stelle di David e delle scritte in ebraico di cui ignoro il significato, ma lo posso immaginare. A parte numerose garitte presidiate da giovani soldati pesantemente armati, fuori non si vede quasi nessuno. Ci avviciniamo ad un varco per entrare nel centro storico, e una camionetta di militari israeliani ci blocca, chiedendoci dove siamo diretti. Dopo aver dato spiegazioni, ci dicono senza mezzi termini che sui tetti, in alto, ci sono numerosi cecchini, e che per nostra sicurezza avremmo dovuto indossare una kippah, per distinguerci dagli arabi. Ci porgono una kippah bianca, di cartone, con un cerchio a margine ed una evidente stella di David al centro, entrambi azzurri. Una per ciascuno di noi. La indossiamo e ci inoltriamo a piedi nel centro della cittadina dove una volta i negozi, ora chiusi, erano aperti, e le attività commerciali frenetiche. Notiamo subito che sopra il piano dei negozi, i Palestinesi hanno sistemato delle reti e che sono piene di immondizia, l’immondizia che i coloni Israeliani che hanno occupato le abitazioni ai livelli superiori regolarmente riversano in grandi quantità verso il basso, dove ancora abitano i Palestinesi, che ciò malgrado, ancora resistono. Spesso, ci dicono, dall’alto arrivano anche feci e urina. Nessuno entra e nessuno esce dalla città senza il controllo pressante dei militari israeliani. Questa è Hebron. A ridosso del 2004. A voi immaginare com’è ora.

26 agosto, 2026,

 

Le fotografie mostrate sotto sono state scattate alla fine del 2003. Dall’ora l’invadenza e la violenza dei coloni israeliani nei confronti della popolazione palestinese è progressivamente aumentata fino a portare alla situazione tragica e pericolosa evidenziata dalla cronaca di questi giorni.  Molti degli episodi di violenza, parte dei quali hanno causato feriti e vittime, anche tra donne e bambini sono stati compiuti dai coloni israeliani, con il tacito od esplicito assenso dell’esercito e dei governi Israeliani, che non sono mai intervenuti a bloccare le incursioni, spalleggiando invece gli assalitori.

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